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IL BUON PAESE
Autore: Daniela Battaglio e Sebastiano Sardo
Pagine: 848
Edizione: 2010
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Titolo Verdicchio Cast. Jesi 03 Class. Ris. Zaccagnini |
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Data 10/10/2009 |
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Nessun dubbio che il Verdicchio – o meglio, i Verdicchi – si siano conquistati definitivamente un posto d'onore nell'ambito dell'enologia italiana. Non a caso abbiamo usato il plurale, visto che questa varietà non si esprime benissimo solo nelle Marche, ma anche altrove; il Trebbiano di Lugana, ad esempio, null'altro è se non Verdicchio.
Sicuramente, alcuni tra gli aspetti di maggior fascino che sono stati fatti emergere da chi ha lavorato su questo vitigno vi è la straordinaria versatilità. Anche in molte versioni base, semplici e beverine, è possibile trovare ottime bottiglie; presenti anche interessanti versioni "spumante" e non pochi passiti ben fatti. Quella che si è ampliata grandemente è comunque la fascia media e alta della produzione; tante bottiglie buonissime o addirittura eccellenti, che annoverano vini più freschi, altri più corposi e ricchi, vendemmie tardive e botryzzate. In ogni caso, è facile trovare vini strutturalmente completi, complessi e longevi. La gran parte di queste bottiglie provengono dalle Marche settentrionali, nei comprensori di Jesi e Matelica; lo specifico legame tra queste zone e il Verdicchio unita alla oramai accertata “profondità" di annate produttive in alcune aree ben individuate ha consentito a Slow Food di proporre già da tempo - ben prima dell'attuale ribalta mediatica – un apposito modulo didattico nei corsi Master “Vino e Territorio".
E' possibile trovare dei campioni di ottima fattura anche in annate difficili, come il “famigerato" 2003, millesimo bollente che, soprattutto nei bianchi ha rischiato di bruciare profumi e rendere i vini solo inutilmente alcolici, senza ulteriori espressioni. Un chiaro esempio in questo senso viene dal Maestro di Staffolo, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva dell'Azienda Agricola Zaccagnini di Staffolo (An); si tratta del prodotto di punta della casa vinicola, anche se il “Pier del Vigne" lo segue molto da vicino (abbiamo recentemente assaggiato uno straordinario 1995). Tratto da una selezione assai accurata di uve vendemmiate tardivamente con parziale presenza di muffa nobile ed elaborato in acciaio, questo “Maestro" rivela, a sei anni dalla sua nascita, una classe esemplare. Colore paglierino carico e pieno, ma con i caratteristici riflessi appena più verdi; grande massa alla rotazione nel bicchiere, si propone al naso con la caratteristica nota di botrytis che porta con se una scia di frutti esotici, tra i quali il mango e l'ananas spiccano con decisione, accompagnati da note di erbe aromatiche (maggiorana salvia), buccia di agrumi (limone dolce e pompelmo) fino ad un cenno ben riconoscibile di cumino. La bocca è ancora giovane, sostenuta dall'acidità, ma rivela anche un'eccellente morbidezza; i riconoscimenti trovano piena corrispondenza all'assaggio, che propone un finale pieno ed una persistenza lunghissima, nella quale emergono anche toni minerali, a richiamare la sensazione da idrocarburi che lasciano i migliori bianchi tedeschi. Difficile avvertire 14 gradi di alcol su un corpo così poderoso, che consentirà di poter dimenticare questa bottiglia in cantina senza preoccupazioni e farla riemergere tra qualche altro anno, ulteriormente nobilitata dall'affinamento. Un paio di sorsi di questo campione e anche i più dubbiosi si ricrederanno sulla straordinaria vetta qualitativa raggiunta da questo vitigno autoctono e, in particolare, da questa Azienda che, fortunatamente, non rappresenta un caso isolato in quei territori. Infine: prezzo decisamente centrato, che oscilla tra i 12 2 e 15 euro.
A tavola: più che da pesce, ci sembra un “Verdicchione" da crostacei in salsa e, ancor più, da carni bianche, quali coniglio alle erbe o – dello stesso coniglio – una terrina o un patè di fegato; sui primi, puntate decisamente a grandi risotti, possibilmente con asparagi o tartufo di Acqualagna.
a cura di Duccio Armenio |
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