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SLOW WINE 2011
Autore: Fabio Giavedoni - Giancarlo Gariglio
Pagine: 0
Edizione: 2011
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Titolo Quattro grandi Lagrein |
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Data 2/6/2008 |
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Quattro grandi Lagrein in quattro annate diverse.
Quando si pensa al territorio dell'Alto Adige ed ai vini che provengono da quelle zone, i più immaginano - giustamente - bianchi freschi e profumati, capaci anche di sfidare il tempo e dotati di una certa potenza che le ultime annate, non esattamente fresche, hanno messo in risalto. Il profilo acido-aromatico di questi vini ben si coniuga alle temperature fredde ed ai rilievi montuosi della zona. Eppure - circostanza questa che sembrerà quasi paradossale - il più importante vitigno a bacca rossa locale, il Lagrein, si avvantaggia di una situazione climatica decisamente non usuale per quella regione. Questa generosa cultivar, infatti, pur diffusa in tutta la regione, trova il suo habitat d'elezione nella conca di Bolzano, connotata dal clima temperato che - ai più attenti non sarà sfuggito - pone il capoluogo del Sud Tirolo tra le città più calde d'Italia nella stagione estiva. Questa predilezione "mediterranea" trova spiegazione nella probabile origine ellenica del vitigno, che pare si sia insediato in Italia inizialmente nella Magna Grecia per poi risalire successivamente lo Stivale fino ai confini con l'Austria. Due le analogie con un altro campione delle uve a bacca scura, il Pinot Nero: la prima è nella nobiltà del vitigno, proprio nel senso "regale" del termine, in quanto le uve venivano destinate alla produzione dei vini più pregiati riservati ai nobili ed al clero (al popolo ed ai soldati toccava la Schiava); la seconda, pure legata a quanto appena detto, rimanda agli speciali coltivatori che hanno reso celebre questo vitigno: i monaci bendettini dell'Abbazia di Gries, il vero cuore del Lagrein, quasi gemellati con i monaci cistercensi che in Borgogna si dedicarono appunto al Pinot Nero. Pure vinificato in un piacevole Rosato (il Kretzer), la versione scura (Dunkel) è quella che senz'altro conquista per aromi, gusto e stoffa. In una inusuale degustazione è stato possibile mettere a confronto ben quattro dei migliori prodotti della categoria, peraltro di annate diverse, tutti segnati da importanti passaggi in legno (da 12 a 18 mesi). Pur nell'impossibilità di effettuare un confronto diretto veo e proprio, è stato comunque possibile cogliere i tratti distintivi del vitigno e svolgere qualche riflessione in ordine ai territori di provenienza. Si è trattato comunque di ottime bottiglie, senz'altro degne di ben figurare anche in circostanze importanti, che hanno spuntato sulla stampa specializzata punteggi lusinghieri, superiori alla fascia dei "due bicchieri" (e cioè compresi superiori agli 80 centesimi). Se l'aspetto visivo si è rivelato per tutti i vini molto ricco e pieno - il colore rubino cupo e fitto, con ancora qualche tono purpureo, è stato sempre impenetrabile alla luce - gli aspetti olfattivi e gustativi hanno messo in evidenza i caratteri peculiari di ciascun campione. Si è dimostrato impeccabile l'Urban 2002 della Cantina di Termeno che, sulla carta, rischiava di essere penalizzato dall'annata meno felice, almeno sulla carta. Il vino si è mosso benissimo: al naso sono giunti netti sentori di mora e mirtillo, accomapagnati da note goudron, mentre l'attacco in bocca si è rivelato fresco e succoso, con una lunga scia balsamica. Il corpo ha dimostrato agilità, evidenziando una certa "eleganza fredda", appena austera. La Riserva Praepositus 2000 dell'Abbazia di Novacella ha invece sfoderato toni opposti, più mediterranei e maturi, con una maggiore evidenza di senzazioni speziate e calde e riconoscimenti di liquirizia, caffè, ancora goudron (ma più carico) e sensazioni balsamiche, in un quadro in cui la potenza alcolica, appena esorbitante, ha fatto sentire in pieno il carattere di un'annata calda. Un ritorno all'eleganza è stato riscontrato nei due vini provenienti da zone storicamente più vocate: la Riserva Taber 1999 della Cantina Produttori Santa Maddalena ha messo in luce toni sorprendentemente giovanili, nonostante fosse il teste più "anziano": note floreali (viola, gelsomino), un frutto molto a fuoco (mirtillo in evidenza) con un tannino ancora ben presente (addirittura più evidente che nell'Urban e nel Praepositus) ma levigato e, nuovamente, segnato da una scia balsamica, con piacevoli cenni appena amarognoli nel finale. Sullo stesso stile, ma ancora più soave ed elegante il vino più giovane in assaggio, la Riserva Prestige 2003 dei Produttori Gries, appena più sottile al naso, ma ancor più nitido nel porgere un frutto netto e freschissimo (ritornano la mora ed il mirtillo) che sostengono una persistenza davvero lunghissima, superiore a quella degli altri vini or ora menzionati. Una finezza davvero insospettabile per un vino proveniente dal torrido millennio 2003.
Hanno degustato: Duccio Armenio (Slow Food), Fabio Magnani (Degustatore Onav e giornalista), Fabrizio Montechiari (Sommelier AIS), Massimo Silei (Slow Food). |
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