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SLOW FOOD ITALIA - Congresso Nazionale 2010
   
  OSTERIE D’ITALIA 2011
Autore: Paola Gho
Pagine: 916
Edizione: 2011
 
   
  SLOW WINE 2011
Autore: Fabio Giavedoni - Giancarlo Gariglio
Pagine: 0
Edizione: 2011
 
Titolo Salento Rosso IGT 2004 Vigna Lobia - Botrugno
Data 3/5/2009

Potrà sembrare una frase troppo impegnativa, ma siamo convinti che l'enologia dell'Alto Salento  debba moralmente qualcosa all'impegno messo nella sua attività da Sergio Botrugno, un piccolo produttore brindisino che mangia pane e viticoltura da sempre. Oltre ad una preparazione di prim'ordine in materia agronomica ed enologica, Sergio sa sviscerare con grande lucidità - e senza tanti giri di parole - i problemi più pressanti ed attuali che investono il comparto vitivinicolo delle nostre zone, compresi quelli normativi.  Senza nulla voler togliere a tutto questo,  crediamo che la migliore risposta che Sergio riesce a fornire al consumatore, al degustatore ed a tutti gli operatori professionali del mondo del vino sia contenuta nelle sue bottiglie. Non ne troverete una che sia banale; i vini di casa Botrugno sono sempre precisi e rigorosi, rispecchiando così la serietà che accompagna la conduzione aziendale. Una popolazione di varietà autoctone compone i vigneti da cui sono tratti i vini che compongono una gamma aziendale completa; oltre al Negroamaro  ed al Primitivo in purezza (i due “Patrunu Rò" dedicati al Papà fondatore dell'azienda) , il produttore brindisino ha investito notevoli sforzi nella sforzi nella valorizzazione delle nostrane Malvasie Bianca (il buonissimo Pinea) e Nera (sia nella versione secca che dolce naturale dal nome “Botrus"); i suoi Rosati sono senz'altro nella più alta fascia qualitativa del mercato. Neppure l'Ottavianello è stato abbandonato, un vitigno che, pur non potendo promettere vini di grande struttura, consente di rispondere in maniera molto soddisfacente alla richiesta di rossi beverini e non troppo sostanziosi, facili da abbinare ad una cucina leggera e saporita, da gustare – perché no? – anche su una bella zuppa di pesce al pomodoro, come si usa nel Salento, o sui tubettini alla “sciabbicota", un primo piatto di mare vanto della gastronomia brindisina. Un bell'esempio di concreta tutela della biodiversità.  Il vino al centro del nostro assaggio è il Vigna Lobia, un negroamaro in purezza tratto da un vigneto di 50 anni – ovviamente ad alberello - che insiste su un terreno sabbioso, vicino al mare, nel comune di Brindisi. Rese controllate (circa 80 quintali per ettaro), monitoraggio della temperature in fermentazione, affinamento in barriques. Abbiamo degustato, come spesso in passato, un'annata (2004) che ha riposato un po' in cantina e che, nelle stesse intenzioni del produttore, può giustamente meritare di essere aspettata; si tratta, lo diciamo subito, di un'ottima bottiglia di stile classico, della quale il produttore può ritenersi pienamente soddisfatto. Colore rosso rubino, con un'idea di granato al disco; bella consistenza alla rotazione, testimoniata dallo spessore dei famosi “archetti" sulle pareti del calice di degustazione. Il naso esprime con intensità confettura di prugna e di ciliegia, la spezia dolce e note di macchia mediterranea e piante aromatiche (ginepro e alloro). E' tutto ben compito, nitido e netto; il legno è stato interamente assorbito. Lo sviluppo in bocca evidenzia una buona sostanza, una progressione sostenuta da tannini rotondi e soprattutto da una conveniente  freschezza; il finale è lungo e decisamente sapido, con note quasi salmastre e asciutte che si coniugano con i ritorni della prima impronta fruttata. A questa gran bella performance – il vino, a quasi 5 anni dalla vendemmia, sembra  all'apice della sua evoluzione -  va poi aggiunto un prezzo a dir poco conveniente: un vero “best buy". Il consumatore, che troverà in commercio le annate successive, potrà facilmente abbinare il "Vigna Lobia" alla pasta al forno della domenica, l'"arrosto morto" di manzo e lo stracotto di cavallo. Nel Salento non ci sono cinghiali e, in questo caso, scapperebbe da dire: “peccato…" .
Un po' di tempo fa  Sergio ed il fratello Antonio – che, non possiamo dimenticare, coadiuva con energia la gestione aziendale anche nella cordiale accoglienza in cantina e nella vendita diretta in loco -   ci confessarono con una punta di sottile stupore (o di più probabile bonaria ironia…)  di non comprendere tutte le espressioni così articolate e, in taluni casi, un po' barocche che i degustatori usano nel descrivere i vini; a loro basta che il loro prodotto sia pulito e senza difetti, insomma che sia buono. Forse non lo sapevano, ma stavano citando le parole che, nel corso di una degustazione poi diventata famosa, vennero usate da Fausto Maculan, rinomato nel mondo per vini come il Torcolato di Breganze, il mitico Acininobili ed il grande rosso Fratta. Ci piace pensare che i bravi vignerons di territorio usino – anche inconsapevolmente – le stesse parole: probabilmente nutrono anche idee analoghe.


a cura di Duccio Armenio
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