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Titolo Mineralità, mineralità vo cercando...
Data 7/4/2009

Negli ultimi anni le recensioni proposte da quasi tutti i degustatori italiani - e non solo - propongono insisitenti riferimenti alla mineralità dei sentori riconosciuti nel vino, quasi a voler saldare indissolubilmente il vino al territorio da cui proviene. Da quanto se ne sa per indiscrezioni di stampa, sembra che le tracce del terreno siano anche alla base delle indagini di laboratorio condotte al servizio delle Autorità inquirenti in alcuni noti scandali recenti (in particolare, i fatti di Montalcino venuti alla ribalta l'anno scorso). La nostra Associazione si è sempre collocata nel solco del legame tra vino - ma anche formaggio, olio e chi più ne ha più ne metta - e zona di produzione, tanto da fondare la propria proposta culturale e didattica su questo concetto. Tuttavia, proprio in ossequio a questi principi, ci sembra opportuno intervenire sull'argomento, oggi francamente un pò abusato. 
Per fare un pò di chiarezza, bisogna innanzitutto partire dalla storia del vino degli ultimi 30 anni e, in particolare, dei vini bianchi. Fino agli anni '70 gran parte del prodotto italiano si divideva tra vino acerbo, duro ed aspro, frutto delle vendemmie precoci tipicamente praticate nel Nord, e vino ossidato, cotto e neutro nei profumi e nei sapori, per lo più proveniente dal Sud. Accomunava tutta italia una gestione agronomica attenta alle sole performances zuccherine e pratiche enologiche approssimative; il taglio tra vini del Nord e del Sud mascherava gli evidenti limiti descritti. La critica estera ci giudicava severamente, soprattutto sui vini bianchi: Hugh Johnson scrisse - riferendosi alle regioni settentrionali - che gli Italiani si applicavano con pervicacia ad eliminare ogni traccia di morbidezza e struttura dai loro vini. L'esplosione della fruttuosità degli anni '90 portò a vini più caldi, morbidi e ricchi, con estratti elevatissimi, colori che passarono dal giallo pallido all'oro carico e dal rosso stinto a quello cupo; la barrique divenne quasi d'obbligo per governare tanta massa. In vigna le tecniche agronomiche si orientarono alle basse rese e a produzioni ridotte, in alcuni casi estreme; anche il lavoro di cantina si giovò di molta tecnologia, basata sul freddo ma anche sul già citato largo impiego del legno piccolo e - è inutile negarlo - anche su interventi enologici più invasivi. Come sempre succede, l'esasperazione di queste tendenze portò alla produzione di vini eccessivi, tanto spessi da tagliarsi con un coltello e un frutto di consistenza marmellatosa; l'acidità, in non pochi casi, comincio a scarseggiare e alcuni vini si ritrovarono piatti, privi di scorrevolezza, gravati da pesanti residui zuccherini anche nelle versioni secche e da pasto. Insomma, da un limite all'altro.
 
Oggi viviamo un'altra fase che punta a collocarsi al centro di queste due oscillazioni costituite dall'immaturità originaria e dalla superconcentrazione - unita all'ipertecnicismo - che è seguita. In effetti, estrazioni più misurate, acini ben maturi ma non esasperati, un recupero della freschezza senza sconfinare nell'acidulo sono le tendenze cui guardano oggi molti i produttori. I degustatori, nell'esprimere questa maggiore complessità, parlano spesso di "mineralità" perchè una più equilibrata gestione in vigna e cantina porterebbe ad esprimere meglio le caratteristiche del territorio. Ebbene, è indubbio che le nuove tendenze possano produrre senz'altro queste caratteristiche; lo stesso ciclo vegetativo della vite, se gestito con accortezza, porta ad accumulare maggiori e migliori componenti sapido-minerali negli acini, trasformando il terreno minerale (appunto) in vegetale, cioè in frutta. Tuttavia, per tornare all'assunto iniziale, consiglieremmo un attegiamento più prudente in degustazione: il più delle volte per mineralità viene scambiata una mera sapidità apportata dalla semplice maturazione dei grappoli.  Per la mineralità - quella vera e nobile - è necessario il concorso di tre elementi: un terreno adatto (poichè da suoli grassi ci potremo aspettare per lo più vini ben fruttati);  vecchi vigneti, composti da piante il cui apparato radicale sia davvero sceso in profondità e si sia evoluto in modo tale da estrarre dalla terra i microelementi caratterizzanti quel terroir; infine, una gestione agronomica e - soprattutto - enologica tale da non falsare e disperdere quello che di minerale (questa volta lo si può ben dire) la natura ha ricreato nell'acino. Tirate le somme, i vini veramente minerali si riducono ad un numero ben più contenuto di quello di cui oggi tanto si parla e si crede, mentre cresce la schiera di vini che vanno più correttamente definiti come semplicemente più "sapidi" rispetto al recente passato. In ogni caso, siamo comunque davanti ad un fenomeno ben apprezzabile perchè indice di un recupero di equilibrio, freschezza, eleganza e bevibilità. E non si tratta certo di poca cosa.

a cura di Duccio Armenio.
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