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Titolo Alcune riflessioni sul Primitivo
Data 12/4/2007

Anche se il Negroamaro resta il vitigno pugliese a bacca rossa più diffuso, il Primitivo è oggi quello probabilmente più popolare al di fuori dei confini regionali. I motivi di questo successo  risiedono non solo nella personalità del vitigno e, in particolare, nella sua immediatezza e forza gusto-olfattiva, ma anche nell'evoluzione che ha segnato la storia recente di questa varietà, soprattutto nella zona tarantina. L'interpretazione o, se preferite, la chiave di lettura che proponiamo non può non partire dalla memoria di ciò che il Primitivo è stato e che, nel suo divenire, lo proietterà nel futuro.
 
Il Primitivo giunse in Italia alcuni secoli fa, probabilmente dalla Dalmazia; le parentele scientificamente accertate lo avvicinano al Plavina, al Plavac Mali e al Crljenak. La diffusione più antica documentalmente accertata in Italia è nella zona di Gioia del Colle intorno alla seconda metà del '700; l'arrivo sulla costa jonico-tarantina risale al secolo successivo e, solo dopo altro tempo, anche in Campania. La zona di Manduria conquistò la preminenza quantitativa nella produzione; fino al fine degli anni '80 - poco meno di venti anni fa - gran parte del vino a base di Primitivo era destinato al consumo locale sfuso o al taglio di altri vini del nord Italia o esteri, cui il nostro conferiva le sue doti di colore, aroma, acidità e corpo alcolico. Alcune aziende imbottigliavano e addirittura esportavano le loro migliori produzioni, soprattutto nel Nord Europa o in America, ma in Italia il vino non godeva di popolarità. Fino a questo punto giunge l'epoca che noi definiamo "storica" o "tradizionale". Molti Primitivi di quel periodo si mostravano con una struttura assai gradita al consumatore locale, ma non altrove: un profilo olfattivo potente, ma non sempre ben dominato (se non addirittura difettato), un attacco di bocca tannico cui seguiva una fase centrale dell'assaggio in cui la potenza alcolica si proponeva con decisione; un finale spesso venato da una dolcezza residua ben percettibile. Lo stile era paragonabile a quello "greco", così definito dagli studiosi in opposizione a quello poi consacrato a Bordeaux. I migliori vignaioli tradizionalisti producono ancora oggi - come già in passato - vini pienamente integrati, nei quali la grande potenza alcolica funge da supporto una massa pulita, polposa e speziata, sorretta da una bella acidità e tannini fini, in quadro di morbidezza strutturale.
Alla metà degli anni Novanta apparirono alcuni Primitivi di nuova concezione che chiameremo "innovatori". Questi vini - ideati inizialmente da un piccolissimo numero di produttori e confezionati anche con la consulenza di enologi non locali - si presentarono con caratteristiche tali da intercettare il gradimento del grande pubblico nazionale, grazie anche ad alcune favorevoli recensioni apparse sulla stampa. Tra le caratteristiche essenziali spiccarono subito un maggiore controllo della potenza alcolica e un diffuso impiego di nuove tecniche (barrique in testa), quindi un impatto olfattivo e gustativo più composto e pulito, con l'affermazione di un sapore nettamente secco. L'innovazione diede origine anche ad interessanti contaminazioni nelle quali il Primitivo si univa, in percentuali variabili, con vitigni alloctoni o con le altre varietà locali.
Non è difficile comprendere come questi vini abbiano potuto incontrare il favore di un pubblico molto più ampio, soprattutto al di fuori della Puglia: nel pieno del boom "modernista" il consumatore era attratto da uno stile più facilmente riconoscibile. Molti di questi vini si sono rivelati davvero ottimi; tuttavia, in più di un caso il tributo pagato a questo successo è stato ottenuto - in Puglia come altrove - proprio attenuando, anche con decisione, il profilo gusto-olfattivo proprio e distintivo: insomma, vini più facili da bere, probabilmente anche più vicini alle esigenze alimentari recenti, ma anche meno tipici e riconoscibili rispetto ai "tradizionalisti".  Lo stile innovatore fece accostare il nuovo Primitivo di Manduria allo Zinfandel californiano - con il quale condivide il corredo genetico - tanto da spingere qualche commentatore straniero poco avveduto a giudizi di maggiore "anzianità di servizio" dello Zinfandel rispetto al Primitivo. Ci perdonerete se queste affermazioni ci strappano tuttora un sorriso amaro.
Negli ultimissimi anni si è presentata una nuova pattuglia di vini che definiamo, con un'originalità che ci permettiamo di rivendicare, "Primitivi neoclassici", connotati da un tratto comune chiaramente distinguibile. L'impostazione di questi prodotti affonda le radici in modo quasi filologico nella potenza e nella ricchezza espressiva nella tradizione, ma attinge anche alla tecnica ed alla perizia dell'innovazione. I risultati si sono tradotti in vini assai pieni e complessi, spesso potentissimi e così ricchi da poter essere consumati non solo con piatti strutturati, ma anche da soli, in meditazione. Insomma, non certo vini per tutti i giorni. Vengono selezionati vigneti di vecchio impianto, anche di oltre 50 anni (in Puglia invero non rarissimi), di per sé poco produttivi ma capaci di manifestare nel vino la propria "esperienza". La maturità piena, se non addirittura la vendemmia tardiva e l'appassimento in pianta sono sperimentati e ricercati con successo; i vini hanno struttura integrata, tannini vellutati ed estrema morbidezza, pur restando ancora nella categoria dei "secchi", senza distonie zuccherine, anche grazie al controllo delle fermentazioni. La botte piccola è dosata in modo appropriato.
L'evoluzione sopra descritta  - che ha interessato in primo luogo l'area jonica, per spingersi poi nell'intero Salento - ha più recentemente mosso la compagine più piccola dei produttori di Gioia del Colle i quali, sulla spinta del successo dei cugini tarantini, hanno cominciato a muoversi sul sentiero della qualificazione delle proprie produzioni; i primi riconoscimenti ufficiali stanno giungendo proprio negli ultimi concorsi enologici e sulle "Guide" più note. Gli aspetti pedoclimatici ed i biotipi diffusi in quella zona hanno mostrato e continuano a mostrare un vino che offre un profilo differente, spesso connotato da un corpo un po' più sottile ma sempre con toni eleganti.
Dulcis in fundo - è il caso di dire - il Primitivo dolce naturale, che senza alcuna fortificazione riesce a reggere il confronto con i più blasonati pari categoria del Mediterraneo. Questo nettare tradizionale continua ad essere gradito in Puglia, ma resta una specie di oggetto misterioso per molti consumatori di altre Regioni d'Italia che spesso ne ignorano l'esistenza. Eppure questa specialità - che richiama probabilmente la cultura tradizionale del gusto più antico - può esprimere, nelle sue migliori espressioni, complessità e struttura congiunte ad una facilità di beva alla portata di un vasto pubblico. Grazie ad un prezzo medio senz'altro concorrenziale rispetto a molti altri vini rossi dolci, i margini per svolgere un'adeguata promozione sono sicuramente ampi e le possibilità di abbinamento a tavola davvero sorprendenti.
"Tradizione", "Innovazione" e "Neoclassicismo" sono, in sintesi, le tre espressioni che delineano gli ultimi decenni della storia del Primitivo.
Non intendiamo esprimere preferenze, ma solo fotografare (speriamo con sufficiente nitidezza, perquanto questo sia possibile farlo in relazione alla realtà in movimento) queste tre anime che convivono tutt'oggi. Non mancano certo gli elementi di contraddizione, ma gli stessi testimoniano quel fermento che ha segnato il rilancio di questo vitigno relegato, fino a poco tempo fa, all'essere soltanto "Figlio di un Bacco minore".
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