|
|
|
|
|
 |
|
|
|
| |
 |
|
| |
SLOW WINE 2011
Autore: Fabio Giavedoni - Giancarlo Gariglio
Pagine: 0
Edizione: 2011
|
|
|
 |
|
|
|
 |
|
Titolo Il Rosato del Salento, tra luci e ombre |
|
Data 22/8/2008 |
|
|
Conclusa da qualche giorno la quarta edizione della Rassegna Rosalento a Nardò, è ora venuto il momento di qualche riflessione più generale sullo stato di vitalità del vino rosato salentino, suggerito proprio dagli assaggi dei vini presentati in concorso e, più in generale di quelli della categoria che, nella nostra regione e in particolare nel Tacco d'Italia, costituisce senz'altro uno degli stili a più forte vocazione territoriale.
Alla rassegna neretina sono stati presentati n. 38 vini in rappresentanza di compagini brindisine e leccesi; onore di cronaca e di verità ci porta a dire che mancavano all'appello talune aziende anche prestigiose, quali Azienda Monaci di Copertino, che offrono alcuni dei migliori prodotti del territorio (opinione questa non solo di Slowfood, ma ampiamente condivisa da operatori e pubblico). Tuttavia, la significatività del campione e gli assaggi compiuti anche oltre Rosalento confermano una visione di insieme che si divide tra luci e ombre.
Le luci sono costituite da un buon numero di produttori che riescono ad assicurare – avuto conto della variabilità delle annate – un vino rosato di qualità davvero molto soddisfacente, talvolta eccezionale per la tipologia. Si tratta di prodotti che convincono per affidabilità, espressione e adeguata tenuta nel tempo e premiano l'impegno e gli sforzi (anche economici) profusi dai produttori, circostanza che va rimarcata perché un fare buon rosato non è certo economico. Le ombre – ahinoi – continuano invece insistere su temi ben noti e questo rammarica sia i produttori che si sono impegnati nella qualità, sia chi, come Slowfood, mette il rosato al centro della sua azione culturale (basterà ricordare, da ultimo, il Laboratorio del Gusto tenuto all'ultimo Vinitaly ove i Rosati del Salento costitituivano una parte importantissima dell'intero campione regionale della categoria presentato in quella occasione). Per dar conto di queste “ombre", basterà pensare che nelle rassegna neretina appena conclusa quasi un terzo dei campioni presentati si è dimostrata difettata per pulizia olfattiva compromessa, squilibri strutturali, rifermentazioni in bottiglia, ossidazione marcata (non stile ossidativo, che è invece uno stile tradizionale). Una quota decisamente elevata, troppo elevata, che denuncia tecniche inadeguate e scelte di uve poco sane, se non di scarto. Ogni anno si aspetta uno scatto d'orgoglio affinché cresca decisamente il numero delle bottiglie ben fatte; invece la situazione è statica, se non addirittura in recessione perché il resto d'Italia si muove, eccome. Quello che infatti sta succedendo è che anche in altre parti dello Stivale, prive di tradizione rosatista, molte aziende si stiano spingendo sul rosè mosse dalla voglia di conquistare nuovi segmenti di mercato, di cui peraltro si stanno già appropriando grazie alla loro azione commerciale. Pessimismo? No: basta guardare gli “speciali" apparsi negli ultimi numeri della stampa di settore in materia di vino rosato e contare quanti salentini (e più in generale pugliesi, invero) conquistino la ribalta. Sono pochi, pochissimi: a contarli spesso basta una sola mano. Paradossalmente, fa quasi meno male pensare al fatto che qualcuno possa produrre in Salento del rosato con uno “stile internazionale" fatto di fruttoni, masse e morbidezza, lontano da un'espressione territoriale fatta di freschezza, vene sapido-minerali e delicatamente fruttate. Perché anche questo “gusto internazionale", diciamocelo chiaramente, è un rischio.
Insomma, c'è chi si sta appropriando di una nostra immagine identitaria per riempirla con contenuti che, invece, non sono nostri. E questo, francamente, fa rabbia se si pensa alle ottime potenzialità del nostro territorio. Purtroppo, anche il “fronte del porto" non svolge sempre un'azione adeguata nel sostenere la tipologia: per fare qualche esempio, troppo spesso ci è capitato, giusto questa estate, di vedere nei nostri ristoranti vini mal conservati, serviti male (bicchieri, temperature) da personale che tutt'al più, al momento di servire il vino, sa dire solo quel che c'è scritto in etichetta e che – ovviamente - “è un buon vino" (e ci mancherebbe che non lo fosse, visti i ricarichi applicati….).
Una visione forse troppo cupa? No, solo coraggiosa, a difesa dei bravi produttori di rosato e di una cultura del gusto e del prodotto che vede Slowfood Puglia impegnata da tempo. Perché, mai come in questi ultimi anni e soprattutto nel prossimo futuro, il rischio di una marginalizzazione dei nostri rosati potrà diventare sempre più reale, cosa che noi non vorremmo mai. Il dibattito è aperto. Bene speremus. di Duccio Armenio |
|
|
|
|
|